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venerdì 19 dicembre 2014

Economia Politica 5° - 1960-1990 in Italia. Video+trascr.

Gli argomenti trattati in questo video.
Per progettare il futuro, oltre a comprendere i moventi in gioco nel presente, è determinante avere la coscienza dei motivi che lo hanno determinato.

In questa parte si analizza l'Italia della prima repubblica e i meccanismi politico-economici che accompagnano, dai primi anni '60, il suo sviluppo economico, poi la paralisi delle riforme e la lunga stagione della strategia della tensione, con i servizi segreti, italiani e stranieri, poteri occulti dello stato, criminalità organizzata, estremisti di destra e di sinistra. 
Piazzaforte dai tempi della guerra fredda dichiarata da Truman, in Italia, che insieme alla Francia, ospita uno dei maggiori partiti comunisti dell'area occidentale, non è possibile un normale sviluppo democratico nel paese, per l'ossessione anti-comunista.
L'economia quindi, passa da un sistema misto, pubblico e privato, con la politica che detta le regole del gioco, ad essere ostaggio di una grande finanza internazionale che non ottiene utili dalla produzione, ma dalla speculazione; sicuramente redditizia, rimane comunque, l'industria bellica. Quindi privatizzazioni, collusioni, criminalità organizzate, corruzione.

Per il VIDEO Economia Politica 5° - L'intreccio
politico-economico in Italia dal 1960 al 1990,
direttamente su You Tube, clicca QUI
 

Allego la trascrizione della lezione-video tenuta dal docente di Storia contemporanea, prof. Francesco Barbagallo, dell'università Federico II di Napoli

Siamo giunti all'ultima lezione, la ventesima: l'Italia contemporanea. I punti principali sono questi:
- La politica italiana nei primi anni '60
- Gli anni della contestazione e della 'strategia della tensione'
- La società e l'economia tra crisi e trasformazione
- I difficili anni '70
- La crisi del sistema politico e l'avvio di una nuova fase storica

Il 1960 può considerarsi un anno di svolta nella politica italiana, come lo è sul piano internazionale del resto, per la definitiva rottura, nel mondo comunista, tra Unione Sovietica e Cina e per il cambiamento, nella politica estera americana, prodotto dalla nuova presidenza democratica di John Fitzgerald Kennedy.

Con l'ascesa di Papa Giovanni XXIII al soglio pontificio, si mitigava l'avversione della Chiesa cattolica all'apertura del governo ai socialisti

L'amministrazione Kennedy seguì, nei confronti dell'Italia, una politica di doppio binario. 
Il governo americano favoriva pubblicamente l'apertura a sinistra, ma nello stesso tempo lasciava mano libera all'apparato diplomatico, il dipartimento di Stato, l'ambasciata di Roma, che si opponeva a questa apertura ai socialisti in Italia; sia a Washington che nella sede diplomatica di Roma. 
La partecipazione di socialisti al governo italiano era vista peraltro come funzionale all'obiettivo americano, che restava un obiettivo preminente, che era quello di ridurre l'influenza del Partito Comunista nella politica italiana.

Anche per coloro che nella Democrazia Cristiana erano fautori, i principali fautori, sostenitori, dell'apertura a sinistra: Fanfani, Moro, l'alleanza con i socialisti, della DC, era finalizzata innanzitutto all'obiettivo politico del definitivo isolamento dei comunisti all'opposizione.

Intanto, la Democrazia Cristiana procedeva ad aggiornare la sua analisi della società italiana, in alcuni importanti convegni, in particolare quello svoltosi a a San Pellegrino nel 1961: convegni programmatici.
In questo convegno del '61, l'economista Pasquale Saraceno e il sociologo Achille Ardigò, sulla scorta della enciclica 'Mater et Magistra', indicavano la strada della modernizzazione, la strada della socializzazione, con un ruolo centrale dello Stato nel programmare la politica di sviluppo del paese, una politica di sviluppo industriale soprattutto, che aveva l'obiettivo principale di puntare al superamento del tradizionale dualismo territoriale, tra un Nord avanzato e un Sud attardato.

Nel congresso della Democrazia Cristiana che si svolge nel 1962, Aldo Moro riprenderà questa impostazione rilanciando con forza la funzione della iniziativa politica, nel governo dello sviluppo economico, e formulando la proposta politica del centrosinistra. Un nuovo governo Fanfani formato da Democrazia Cristiana, Socialdemocratici e Repubblicani, con l'astensione dei Socialisti, assumeva due importanti decisioni

- la nazionalizzazione dell'energia elettrica, la costituzione dell'Enel e 
- l'istituzione di una imposta sui titoli azionari.

Questi provvedimenti colpivano i maggiori interessi economici e ne determinavano la dura reazione

Fu anche realizzata, in questi anni, la unificazione della scuola media, una scuola media unica, che elevava l'obbligo scolastico ed eliminava la precedente discriminazione sociale tra quei ragazzi che erano destinati allo studio, e quindi intraprendevano la scuola media e i ragazzi che invece precocemente erano indirizzati ad un lavoro subalterno per i quali c'era la scuola di avviamento professionale. 
Nella primavera del '62, il ministro repubblicano (del governo Fanfani IVN.d.R.) Ugo La Malfa, ministro del bilancio e la programmazione economica, presentava una nota aggiuntiva al bilancio in cui affermava la necessità di una politica economica programmata, necessaria per correggere le distorsioni della società italiana e promuovere uno sviluppo equilibrato tra agricoltura e industria, tra Nord avanzato e Sud depresso, tra espansione dei servizi pubblici e controllo dei consumi privati.

(N.d.R. Fanfani, oltre a governare grazie all'appoggio esterno dei socialisti, che cioè non gli votavano contro, sosteneva col suo governo un programma di riforme e di apertura verso i paesi arabi, aprendo un canale di dialogo con l'ENI guidata da Enrico Mattei, che stava combattendo contro le “sette sorelle” del petrolio al fine di ottenere un'autonomia energetica dell'Italia, evento che suscitava la diffidenza degli ambienti industriali e delle ali più conservatrici della DC.)

Questi progetti riformistici, provocarono nei maggiori interessi economici e negli ambienti politici moderati e conservatori, la paura che il centrosinistra volesse procedere ad una radicale

trasformazione degli assetti sociali-economici e politici del paese. La risposta fu quindi una dura opposizione politica e la continua esportazione di capitali all'estero, che allora era illecita. 

Presidente della Repubblica, con il voto determinante di monarchici e fascisti del Movimento Sociale, fu eletto il democristiano Antonio Segni, espressione dei vasti settori democristiani che erano ostili al centrosinistra.

Le elezioni della primavera 1963 segnavano una sconfitta della Democrazia Cristiana e una forte avanzata del Partito Comunista.

La DC toglieva la fiducia al governo Fanfani (il suo IV governo) e restringeva gli spazi per le riforme.
Sul banco degli imputati era posto il ministro democristiano dei lavori pubblici Fiorentino Sullo, reo di avere preparato, con l'aiuto dei migliori tecnici, una legge urbanistica che cercava di estendere all'Italia le norme per la tutela del territorio in uso nei paesi europei avanzati. 
La riforma urbanistica fu giudicata dai ceti abbienti, guidati dal capo dello Stato Segni, una forma di esproprio generalizzato. Piuttosto che proseguire sulla strada delle riforme, tra cui c'era l'attuazione del dettato costituzionale circa l'istituzione delle regioni ordinarie, che venivano allora chieste dai socialisti, fu organizzato un complotto per far temere il peggio. Come scrisse Nenni sull'Avanti del 26 luglio '64: “Altro che centrosinistra più avanzato, improvvisamente i partiti e il Parlamento hanno sentito che potevano essere scavalcati”.

(N.d.R. Da “Fiorentino Sullo e la rendita immobiliare. Che cosa è cambiato” di Edoardo Salzano, relazione tenuta alla Accademia Galileiana di Padova, il 20 ottobre 2010: "Tra gli studiosi della città [un po' meno tra quelli della società) Fiorentino Sullo è noto per la sua proposta di legge urbanistica, elaborata nei primi anni 60, presentata nell'estate del 1962 e clamorosamente bocciata nella primavera del 1963. Sullo era allora democristiano e ministro per i lavori pubblici. Fu sconfessato dal suo stesso partito [segretario era Aldo Moro] in seguito a una campagna di stampa dai toni così feroci come solo negli anni recenti li abbiamo sentiti riecheggiare di nuovo. Non c'erano allora né “il Giornale” né “Libero”, ma c'era in compenso il “Tempo” di Roma che svolse un analogo ruolo. L'accusa che gli si rivolgeva era di voler togliere la casa agli italiani. Riflettendo su quell'esperienza mi viene da pensare che non molto è cambiato in Italia, da allora a oggi, quanto meno per due profili: per la tendenza perniciosa a ignorare la storia del nostro paese, e per l'ugualmente pervasivo e letale provincialismo pratico. Due aspetti della medesima miopia, l'una nel tempo, l'altra nello spazio.

Le due ragioni di Fiorentino Sullo per contrastare la rendita - É opportuno precisare quale fosse l'obiettivo che Sullo si poneva nel contrastare la rendita fondiaria urbana. La rendita fondiaria urbana: cioè quell’elevatissimo gradiente che gratifica il proprietario del suolo quando il prezzo, da quello del terreno agricolo, ascende a quello del terreno edificabile.
Dalla lettura delle pagine che scrisse all'indomani della sua sconfitta [Sullo, 1964] emergono due ragioni sostanziali:
1. l'enorme incremento del prezzo dei terreni, che si manifestava quando questi da agricoli divenivano idonei all'edificazione, incideva in modo insopportabile sul prezzo delle abitazioni, delle quali c'era un grande bisogno a causa sia dell'entità delle migrazioni interne sia dall'esigenza di migliorare le condizioni di abitabilità;
2. l'entità della rendita urbana e la sua appropriazione da parte dei proprietari facevano sì che
forma e struttura della città fossero determinati dall'unica regola del massimo sfruttamento economico d'ogni porzione di suolo, realizzando periferie invivibili.
Sullo insiste molto sulla descrizione delle trasformazioni che avevano caratterizzato l’assetto territoriale e demografico del paese negli anni della ricostruzione postbellica e sulle ragioni che pretendevano dall’azione pubblica un governo del territorio e del mercato capace di abbattere in misura consistente il prezzo delle case. Su questo gli incrementi della rendita fondiaria urbana incidono in modo insostenibile, sia per i bilanci delle famiglie che per il potere pubblico, che deve provvedere sia ad assicurare il godimento dell’abitazione per quei ceti che non possono accedere al mercato sia ad arricchire la città delle dotazioni che le rendono cosa diversa, e più civile, che un mero ammasso di case e capannoni.")

L'opposizione dei socialisti Antonio Giolitti e Riccardo Lombardi, all'annacquamento del programma di governo presentato dal presidente incaricato Moro, ne faceva abortire il primo tentativo ministeriale.

Soltanto nel dicembre 1963 si formava il primo governo di centrosinistra organico, con la partecipazione cioè di ministri socialisti (il governo Moro I, N.d.R.). Il risultato immediato però, era la scissione del Partito Socialista e la formazione di un nuovo partito di opposizione che riprendeva il vecchio nome di Partito Socialista Italiano di unità proletaria


Nei primi mesi del '64, cominciavano ad apparire i segnali della conclusione del ciclo economico fortemente positivo, avviato dalla formazione del mercato comune europeo nel '57. 
Erano finiti gli anni del boom, i maggiori gruppi economici, le forze politiche moderate e la grande stampa premevano sul governo per il rinvio delle riforme previste nel programma di governo.

Era lo scontro aperto tra la linea riformista di stampo keynesiano, espressa nella nota aggiuntiva di La Malfa e di Saraceno, che era il presidente della commissione per la programmazione economica, sostenuta da Fanfani e dai Socialisti
Dall'altra parte c'era la linea moderata attestata sulla difesa del valore della lira, che era propria della DC dorotea del presidente Segni, del ministro del Tesoro Emilio Colombo e del governatore della Banca d'Italia Guido Carli.

(N.d.R. Sin dal Consiglio Nazionale democristiano del 1957 a Vallombrosa, emersero delle forti tensioni tra l'allora Segretario del partito, Amintore Fanfani, e buona parte del gruppo dirigente della corrente maggioritaria della DC “Iniziativa democratica”, a cui apparteneva lo stesso Fanfani. Le tensioni nascevano dalla proposta di Fanfani di adottare una linea meno ostile nei confronti del PSI, affermando che l'atteggiamento della DC verso quel partito, potesse mutare, se questi avesse saputo offrire garanzie democratiche. Dopo le vittoriose elezioni del 1958, Fanfani assunse la guida del governo, mantenendo contemporaneamente la segreteria del partito e l'incarico ad interim di Ministro degli esteri. Una simile concentrazione di potere creò numerose preoccupazioni all'interno di “Iniziativa Democratica” e del partito, favorendo l'emergere del fenomeno dei "franchi tiratori" contro il governo, parlamentari della maggioranza che votavano, nelle votazioni non palesi, contro il loro stesso esecutivo. Dopo l'ennesima bocciatura in parlamento, il 26 gennaio 1959 Fanfani rassegnò contestualmente le dimissioni da Presidente del Consiglio e da Segretario della DC.

Fu convocato quindi a Roma, per il 14/17 marzo, un Consiglio Nazionale della DC che avrebbe dovuto esprimersi in merito a quelle dimissioni e valutare le soluzioni da prendere in merito all'attuale impasse politica.
In vista di quel Consiglio Nazionale, gli esponenti di “Iniziativa Democratica” si riunirono nel convento delle suore di Santa Dorotea a Roma. In quella sede, la maggioranza della corrente scelse di accettare le dimissioni di Fanfani da Segretario, accantonando la linea politica di apertura a sinistra.
Nel Consiglio Nazionale, l'ordine del giorno dei fanfaniani, che rifiutava le dimissioni del Segretario, fu respinto con 54 no, 37 sì e 9 astenuti. Su indicazione dei dorotei, Aldo Moro fu nominato nuovo Segretario della DC.
Si determinò in questo modo una spaccatura tra gli uomini rimasti vicini all'ex segretario Fanfani e il gruppo dissidente (ormai da tutti ribattezzato, dei dorotei, la corrente più conservatrice della Democrazia Cristiana, appoggiata da settori dell'industria e da forze internazionali) raccolto attorno ad Antonio Segni (nel frattempo nominato a capo di un governo monocolore democristiano, appoggiato dai liberali e dalle destre), gruppo in cui spiccavano Mariano Rumor, Paolo Emilio Taviani, Emilio Colombo, Giacomo Sedati e, seppure su una posizione più autonoma, Aldo Moro.
Per cultura politica e tradizione, l'area dorotea rappresentava la parte moderata della DC; incarnava valori conservatori sul piano sociale, sosteneva opinioni anticomuniste, attente alle istanze delle gerarchie ecclesiastiche e del mondo industriale, individuabile in posizione centrale all'interno della vivace dialettica fra le diverse anime di quel partito cattolico di centro. Nei lunghi anni di attività politica e di governo, la corrente dorotea affrontò trasformazioni, scissioni e vari contrasti al proprio interno [e un pensiero va all'uscita di scena di Aldo Moro])

Nel giugno del '64, il governo di centrosinistra, contro cui si era schierato subito il PCI, era già in crisi. Nella difficile trattativa del luglio '64 tra DC e PSI si inserisce una manovra oscura che vede protagonisti il comandante dei carabinieri, generale Giovanni de Lorenzo e il presidente della Repubblica Segni. La commissione parlamentare di inchiesta costituita successivamente, si troverà d'accordo sul fatto che era stato preparato dal generale de Lorenzo un piano cosiddetto “Solo”, solo perché organizzato soltanto dall'Arma dei Carabinieri, rivolto contro i dirigenti dei partiti di sinistra e dei sindacati e che funzionò, nella crisi di governo, come forma di pressione forte per restringere ulteriormente la prospettiva di una politica riformistica.


Da sn. Giovanni de Lorenzo
col monocolo, Antonio
Segni e Giulio Andreotti.
Il centrosinistra fu ricostituito, ma senza la corrente socialista guidata da Lombardi e da Giolitti
Il tempo delle riforme era finito quasi prima di cominciare. 

Negli anni '60 la mancata realizzazione delle riforme fu resa sopportabile dallo sviluppo economico, che rimase affidato in gran parte alla iniziativa privata e a quella parte dell'economia pubblica, organizzata nell'IRI e nell'ENI e strettamente legata alla Democrazia Cristiana. 
La politica di programmazione rimase in gran parte sulla carta. 

La travagliata elezione del socialdemocratico Saragat alla Presidenza della Repubblica, dopo il ritiro di Segni colpito da un ictus poco dopo la vicenda del piano "Solo", favorì l'unificazione del '66 tra Partito Socialista e Partito Socialdemocratico nel Partito Socialista Unitario, che però non sopravvisse al risultato negativo conseguito nelle elezioni del 1968.

Intanto, dall'autunno del '67 esplodeva anche in Italia la rivolta dei giovani universitari, soprattutto sull'onda dei moti studenteschi americani, nelle università americane, nei campus, contro la guerra del Vietnam.

Caratteristica italiana di questo movimento di rivolta, che in forme diverse mise in agitazione i giovani di tutte le parti del mondo, fu che la ribellione dei giovani al modello di sviluppo fondato sui consumi di massa, si saldò quasi subito con la riapertura delle lotte sociali e operaie di grande spessore.
Di fronte all'offensiva portata avanti da studenti e operai nel 1969, l'autunno caldo, la reazione di quella parte degli apparati statali e del ceto politico di governo mobilitato contro il pericolo comunista è particolarmente violenta.

Il 12 dicembre 1969 una bomba scoppia a Milano, alla Banca Nazionale dell'Agricoltura (N.d.R. in piazza Fontana) uccidendo 16 persone. È l'inizio della “strategia della tensione”, la degenerazione del sistema democratico, avviata con il piano “Solo” e sviluppatasi poi per un quindicennio. Questa strategia unisce una parte consistente dei servizi segreti italiani, legati da quella che è stata definita una doppia lealtà all'Italia e alla NATO, all'Alleanza Atlantica, unisce parte dei servizi segreti italiani dicevo, a settori importanti dei partiti di governo e a gruppi estremisti neofascisti.

È la risposta violenta e coperta da segreti, dei tanti tutori, interni ed internazionali del vecchio assetto di potere politico, militare, poliziesco, ereditato dal regime fascista e dalla guerra, e soltanto scalfito e minacciato dal progetto riformatore del primo centrosinistra.

L'Italia, come postazione avanzata dell'Alleanza Atlantica, della NATO, si trovò al centro di manovre occulte, che faticosamente stanno venendo alla luce in questi anni e che intrecciavano servizi segreti, settori politici, ambienti economici, organizzazioni criminali unite dall'obiettivo di fronteggiare il pericolo comunista nel mondo della guerra fredda.

La società italiana è comunque in profonda trasformazione; negli anni '60 si diffondono i consumi a livello di massa, dilaga rapidamente un processo di modernizzazione, di secolarizzazione che modifica profondamente l'aspetto esteriore, i comportamenti, i valori di un paese che era stato a lungo caratterizzato dai costumi del mondo agricolo, dall'attitudine e dalla necessità del risparmio, dalla forte incidenza dei precetti religiosi.

L'incapacità politica di procedere sulla strada della programmazione dello sviluppo, orientandolo, lo sviluppo, verso i territori più arretrati e verso i settori sociali più disagiati, rese impossibile frenare l'espansione crescente dei consumi privati a spese del bilancio statale e dell'adeguamento degli essenziali servizi pubblici. Il modello di sviluppo italiano è uno strano concentrato del sistema americano di diffusione dei consumi di massa, in un contesto di mercato fortemente squilibrato sul piano sociale, né assistenza né protezioni di alcun genere nel modello americano; dall'altra parte, in Italia, questo sistema di derivazione americana si unisce con un sistema di sicurezza sociale, prodotto tipicamente europeo, che univa le diverse tradizioni del conservatorismo sociale, della dottrina sociale cristiana, delle diverse anime del socialismo.

La crisi sociale dell'Italia, acuita negli anni '70, si esprime nel distacco crescente tra l'impetuosa e disordinata modernizzazione economica e socioculturale e le modalità di funzionamento del sistema politico e istituzionale che non riesce a districarsi dalle lentezze e dalle difficoltà dei decenni precedenti.

Eppure, all'inizio degli anni '70 si determinano dei significativi mutamenti istituzionali. 
Cominciano a funzionare le regioni, con una profonda modifica dell'organizzazione centralistica dello Stato italiano. Viene finalmente attuato un altro strumento democratico previsto dalla Costituzione del '48, il referendum popolare abrogativo di leggi approvate dal Parlamento.

L'occasione decisiva è data dalla legge Baslini-Fortuna, che introduce il divorzio in Italia e che i cattolici intendono abrogare, ricorrendo appunto all'istituto, fino ad allora dimenticato, del referendum.

Una importante conquista sindacale, fortemente voluta dal ministro del lavoro, il socialista Giacomo Brodolini (della CGIL, N.d.R.), fu rappresentata dallo statuto dei lavoratori, con cui si tutelavano i diritti costituzionali in fabbrica. Altri risultati positivi furono conseguiti, dai lavoratori, nell'assistenza alla disoccupazione, nella tutela della salute, nei diritti delle lavoratrici madri.

Il miglioramento delle condizioni di vita, grazie all'impiego della spesa pubblica, servì all'assorbimento del conflitto sociale ma ridusse gli investimenti diretti al sostegno della produzione e della occupazione. 

Aumentarono anche i trasferimenti finanziari dello Stato alle imprese per sostenere l'occupazione nel quadro del capitalismo protetto e assistito, tipico dei rapporti tra economia e politica in Italia, quali si sono sviluppati dall'unificazione in avanti. 
Anche l'aumento dell'occupazione nella pubblica amministrazione fu superiore ai livelli dei maggiori paesi industrializzati.

Il welfare-state, lo stato sociale, in Italia continuava a svilupparsi in una direzione di tipo particolaristico assistenziale.

In Italia si sono susseguiti, con una rapidità sconosciuta agli altri paesi avanzati, prima un accelerato processo di industrializzazione tra il 1955 e il 1975, subito dopo, nel ventennio successivo, un altrettanto rapido processo di sviluppo delle forme tipiche delle società cosiddette post industriali.
La massa degli operai comuni, nell'edilizia e nell'industria manifatturiera, aveva invaso le grandi città del nord, diventando la protagonista del mutamento sociale; una migrazione interna di proporzioni bibliche, dal sud al nord, le aveva dato vita, accompagnata da un tumultuoso processo di urbanizzazione.

Nel grafico inquadrato trovate una rappresentazione indicativa delle proporzioni e dell'intensità del flusso migratorio, dal Sud al Nord, che interessarono l'Italia negli anni tra il 1955 e il 1965.



La classe operaia nell'industria, tra i censimenti del '51 e del '71, cresceva dal 23 al 33% della popolazione attiva.
L'Italia settentrionale, con il 41% di operai, costituiva una delle aree di massima densità operaia in Europa; all'opposto, numerose aree del Mezzogiorno restavano escluse dallo sviluppo e caratterizzate da una diffusa disoccupazione ed emarginazione sociale.

Negli anni '70 si avvia la ristrutturazione del sistema industriale, nel senso del superamento 

dell'organizzazione di tipo fordista, nella grande fabbrica.
Il decentramento della produzione porta lo sviluppo delle piccole e medie imprese, la riduzione del costo del lavoro, la diffusione del lavoro nero, del lavoro sommerso.

Si sviluppa la terza Italia, dell'area NEC: nord, est, centro; il Veneto, l'Emilia-Romagna, la Toscana, le Marche. L'espansione della piccola e media industria è favorita, in queste regioni, da un ben organizzato contesto politico-istituzionale, che fornisce una rete di protezione sociale in grado di attutire l'impatto delle comunità con il mercato, mitigandone i costi economici con alcuni vantaggi, soprattutto vantaggi sociali: l'assistenza, la sanità, le scuole, gli asili nido.

In ogni modo, nel ventennio compreso tra il 1974 e il 1993, l'industria italiana perderà in media 130.000 occupati l'anno. Alla drastica riduzione dei contadini prima e degli operai dopo, corrisponderà in questo periodo un forte aumento dei ceti medi occupati nell'impiego pubblico e nei settori privati.

L'Italia si allinea così ai paesi avanzati e vede occupati ormai, nel centrale settore dei servizi pubblici e privati, circa i 2/3 dei lavoratori. La crisi monetaria internazionale della metà degli anni '70, produce anche in Italia il devastante e inedito fenomeno della cosiddetta stagflazione, cioè di una stagnazione e insieme una depressione economica accompagnata da un forte aumento dei prezzi. Inflazione quindi, stagnazione più inflazione, e dalla conseguente riduzione del valore della moneta.

Tra il 1973 e il 1979 la lira perde il 50% del suo valore. L'intreccio tra inflazione dei prezzi e svalutazione della lira, favorisce largamente i profitti delle imprese, i redditi delle professioni e colpisce invece duramente gli stipendi e i salari dei ceti medi e degli operai. In questo modo si opera una profonda trasformazione degli equilibri di potere e dei rapporti di reddito tra i diversi ceti sociali, accentuando gli squilibri tra gli strati sociali superiori e quelli inferiori.

Il triennio 1974-1976 ha un valore periodizzante nella storia d'Italia contemporanea, sia sul piano economico sociale sia sul terreno politico. 

Da un lato si estendono all'Italia le conseguenze della crisi mondiale degli anni '70 conseguente all'inizio dell'epoca dei cambi flessibili, del modello produttivo flessibile, del processo di mondializzazione. 
Per altro verso, i movimenti sociali degli anni precedenti spingono verso prospettive di cambiamento che si esprimono in due eventi di grande rilievo: 
- la conferma referendaria che sancisce definitivamente, nel 1974, l'introduzione del divorzio e quindi l'avanzato processo di modernizzazione e secolarizzazione del paese. I risultati, che vedranno il 60% degli italiani votare no all'abrogazione della legge sul divorzio, che introduce il divorzio in Italia, dimostreranno appunto che, proprio nei decenni della egemonia politica dei cattolici e del governo della democrazia cristiana, il paese è stato attraversato da un profondo processo di secolarizzazione che ha modificato gli orientamenti e i valori diffusi nella società, sottraendolo, sottraendo la società italiana, all'obbedienza rispetto a quei precedetti religiosi cui l'adesione al cattolicesimo, della gran parte della popolazione, aveva fatto pensare nei decenni precedenti e faceva immaginare in un risultato diverso di questa consultazione elettorale.
- Il secondo momento politico significativo di questi anni corrisponde alle elezioni del 1976, che segnano il punto più alto dell'influenza politica ed elettorale del Partito Comunista Italiano che ottiene il consenso di 1/3 del paese, 33,4% dei voti. Anche la Democrazia Cristiana ottiene un notevole successo in queste elezioni, con il 36,4% dei voti. 
In questo modo le elezioni del '76 danno ai due maggiori partiti italiani, la DC e il PCI, il consenso di oltre i 2/3 degli elettori.

Questi anni sono anche quelli nei quali precipita ai livelli più bassi la condizione economico-finanziaria del paese, che sfiora la bancarotta, e viene messa in gravissima crisi la struttura politica istituzionale, colpita contemporaneamente dagli attacchi terroristici delle Brigate Rosse e delle stragi, che rinviano a responsabilità oscure e solo in parte chiarite e in via di chiarimento, di servizi segreti italiani e stranieri, di estremisti di destra, di settori degli apparati statali e poi di gruppi terroristici estremistici di sinistra.


La crisi italiana si sviluppa ancora una volta sotto la pesante influenza di un contesto internazionale segnato, come si è già visto, da quella che è stata definita la seconda guerra fredda tra gli Stati Uniti, allora in difficoltà e l'Unione Sovietica, allora in una fase espansiva.
Le difficoltà economico-sociali e le possibilità di rinnovamento politico dell'Italia, sono fortemente condizionate sia dai contrasti interni, sempre radicali, sia dalla delicata situazione strategica del paese, che era al centro dei conflitti che si intersecavano e si intersecano nel Mediterraneo, tra i due blocchi ideologici militari: dell'Occidente Democratico capitalistico da una parte e dell'Oriente Comunista dall'altra.

Il triennio della cosiddetta solidarietà nazionale, tra il 1976 e il 1978, vede il tentativo di riproporre una sorta di unità nazionale per fare fronte agli incombenti rischi di disgregazione economica e politica della struttura nazionale; il Partito Comunista viene associato, sia pure nella forma dell'appoggio esterno, ad un governo affidato alla direzione dello statista democristiano, considerato il più affidabile, sia per gli Stati Uniti d'America, sia per il Vaticano, Giulio Andreotti, che viene indicato per questo compito da Aldo Moro, ma questo tentativo si conclude nella tragedia del rapimento e dell'assassinio di Aldo Moro, che era stato, con il segretario del Partito Comunista Enrico Berlinguer, l'artefice di questa strategia e di questa prospettiva politica.

Questa strategia intendeva condurre alla sanzione della possibilità di considerare il Partito Comunista Italiano un partito abilitato ad aspirare al governo del paese.

Gli interessi internazionali e interni, ostili a riconoscere questa possibilità, posta per il momento solo in prospettiva, si coalizzarono e lasciarono campo libero all'iniziativa fortemente destabilizzante delle Brigate Rosse, come pure a gruppi estremistici di destra e alle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

La morte di Moro, nel '78, chiude la prima fase della storia della Repubblica Italiana.

I due vincitori, come furono definiti da Moro, delle elezioni del 1976, la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista Italiano, entrano in una crisi irreversibile che si trascinerà nel decennio successivo lungo tutti gli anni '80 e si concluderà, con la scomparsa definitiva, nei primi anni '90, quando sparirà ad un colpo, caduto il muro di Berlino, quel mondo bipolare nel quale entrambi questi due partiti si erano sviluppati.

In qualche modo l'Italia si trova ad affrontare con 10 anni di anticipo la situazione che si porrà in Europa dopo il 1989.

La crisi che investe il PCI nel 1979, si aggiunge alla crisi della DC. I due maggiori partiti dell'intera esperienza politica post-fascista, sono sempre più incapaci di essere protagonisti della vicenda politica del paese.

Il Partito Comunista abbandona la linea del compromesso storico con la DC, elaborata dal segretario Berlinguer dopo l'abbattimento (finanziato dalle americane Coca-Cola e ITT, N.d.R.) del regime politico cileno guidato dal socialista Alliende nel '72, e si attesta su una posizione di alternativa democratica, che copre un sostanziale isolamento del PCI.

Il Partito Socialista di Craxi non è affatto disponibile per questa alternativa e stringe invece una solida alleanza di governo con la Democrazia Cristiana, del preambolo anticomunista del congresso del 1980.

Il Partito Socialista acquista un ruolo di condizionamento sproporzionato rispetto al suo peso politico e al suo radicamento sociale.

Nel 1979 l'Italia decide di aderire al sistema monetario europeo, lo SME, nell'opposizione del Partito Comunista che per questo toglie la fiducia al governo Andreotti. Anche il governatore della Banca d'Italia dell'epoca, Paolo Baffi, aveva notevoli perplessità sull'adesione dell'Italia, in quel momento, allo SME.

Con questa adesione comunque, l'Italia, l'economia italiana, rinuncia al meccanismo fino allora usato, della inflazione e della svalutazione della moneta per rendere competitiva l'industria nazionale sui mercati internazionali.
Per sostenere la concorrenza, bisognava ora fare affidamento sull'aumento della produttività delle imprese e sulla riduzione del costo del lavoro
La costruzione di uno spazio finanziario integrato europeo, passava per la liberalizzazione dei movimenti di capitale, si riduceva la possibilità di sostenere una politica di sviluppo industriale a livello nazionale, come pure non c'erano margini per sostenere una politica di riequilibrio territoriale.
Passavano in seconda linea i problemi dell'occupazione e dello sviluppo, obiettivi fondamentali erano ora la modernizzazione e l'efficienza produttiva.
Esigenza primaria diventava una politica monetaria attenta alla stabilità del cambio e quindi a combattere l'inflazione e il disavanzo pubblico, che toccava nei primi anni '80 livelli altissimi. 

Negli anni '80 le competizioni elettorali si svuotavano progressivamente di significato politico. Partiti sempre più simili, si contendevano il consenso degli elettori per farlo valere nella definizione del rispettivo potere, il confronto tra i partiti si svuotava di senso politico e si caratterizzava come voto di scambio
Si estendeva a macchia d'olio la corruzione politica.
I partiti si riducevano a contenitori di interessi, spesso illeciti. In questo contesto si espandeva il potere e l'efficacia delle organizzazioni criminali di stampo mafioso.

Il crollo dell'Unione Sovietica, alla fine del mondo bipolare nei primi anni '90, eliminava l'ultimo sostegno al sistema politico italiano, che aveva ormai esaurito tutti i suoi riferimenti fondativi: la costruzione della democrazia, l'antifascismo, l'anticomunismo, la diffusione dei costumi moderni e dei consumi di massa.

L'azione della magistratura dava l'ultima spinta ad un sistema politico che scompariva con la rapidità inaspettata con cui si era dissolto, poco prima, l'Unione Sovietica e il mondo bipolare. 

Anche per l'Italia si apriva una nuova fase storica.

Vediamo di nuovo i punti fondamentali trattati in quest'ultima lezione:

- La politica italiana nei primi anni '60
- Gli anni della contestazione, della 'strategia della tensione'
- La società e l'economia tra crisi e trasformazione
- I difficili anni '70
- La crisi del sistema politico e l'avvio di una nuova fase storica
Grazie e arrivederci.
Breve storia d'Italia per immagini:

Le Popolazioni italiche intorno al 1000 a.C.,
 nell'Italia preromana, abitata da Liguri,
Veneti, Celti, Istri, Umbri, Etruschi, Piceni,
Sabini, Equi, Latini,   Volsci, Sanniti,
Douni, Campani, Iapigi, Messapi, Calabri,
Lucani, Bruzi, Siculi, Sicani, Sardi, Corsi.

La penisola Italica preromana, intorno
all'800 a.C.,  abitata da Liguri, Reti, Veneti,
Celti, Etruschi,Piceni, Umbri, Sabini, Latini,
  Volsci, Sanniti, Aurunci, Osci, Iapigi,
  Messapi, Bruzi, Siculi, Sardi, Greci
e Cartaginesi.

La Repubblica di Roma nel 200 a.C.

La Gallia Cisalpina.

I Galli Cisalpini.

Carta che mostra come i linguaggi tedeschi della Svizzera,
derivino dallo svevo-alemanno, quelli della Francia da
lingue romanze franco-provenzali e quelle dei celti italici
della Gallia Cisalpina, Veneti esclusi, derivino dal gallico.

L'Italia con Ottaviano Augusto imperatore, che nel  6 d.C.
suddivide la penisola in 11 Regio: I Latium et Campania, II
Apulia et Calabria, III Lucania et Bruttium, IV Samnium,
 V Picenum, VI Umbria, VII Etruria, VIII Aemilia, IX Liguria,
X Venetia et Histria, XI Transpadana.
Per la prima volta, tutto il territorio della penisola
si trovava sotto l'amministrazione diretta di Roma.
Il Nord non era più la Provincia della Gallia Cisalpina.

L'Impero Romano nel 117, nella sua massima espansione.

L'Impero Romano di Diocleziano, dal 293 al 303 impera con
la Tetrarchia, retta da 2 Augusti e 2 Cesari.

L'Impero Romano nel 395, alla morte di Teodosio I,  diviso in 2:
l'Impero Romano d'Oriente con capitale Costantinopoli e l'Impero
 Romano d'Occidente, con capitale Roma, ma solo formalmente:
gli ultimi imperatori d'Occidente risiedevano a Ravenna, più sicura.

I regni barbaro-germanici succeduti all'Impero Romano d'Occidente,
il seme dell'odierna Europa, dopo il 476 quando Odoacre, re degli Eruli,
depone Romolo Augustolo, ultimo Imperatore Romano d'Occidente,
diventando Re. Nel 493, Teodorico, un Goto dell'est, Ostrogoto,
sconfiggendo Odoacre diventa viceré d'Italia, regno di competenza
dell'imperatore Romano (d'Oriente, l'unico rimasto). 

Dal 527 al 553, con Giustiniano imperatore Romano d'Oriente,
si avrà, per un breve periodo, l'unità territoriale nella penisola.
Sarà l'ultima volta, fino al 20 settembre 1870 e, compiutamente,
fino al 1918.

L'Italia nel 652, alla morte del re Longobardo Rotari. Gialli
   i territori dell'imperatore Romano Orientale (Bizantini),
 in arancio quelli Longobardi, in fucsia i territori contesi, in
lotta, fra Longobardi e Romano-Orientali (Bizantini). Sono
indicati i vari domini, i monasteri cristiani, le maggiori città.

Domini di papa Stefano II, lo Stato della Chiesa, alla fine dell'VIII
sec.I Langobardi avevano conquistato Ravenna, capitale dell'esarcato
dell'Impero Romano Orientale (Bizantino), la Romagna, nel 751, e cominciarono
a fare pressione su Roma. Nel 754, il papa Stefano II ricevette da
Pipino il Breve la promessa di donazione di territori sottratti ai Longobardi,
segnando un momento cruciale nella formazione dello Stato Pontificio.
Questo accordo, noto come "Promissio Carisiaca" o "Donazione di Quierzy",
vide Pipino impegnarsi a restituire a Stefano i territori conquistati, garantendo
così alla Chiesa un potere temporale che si estese fino al 1870.

L'Europa nell'800, anno in cui, a Roma, Carlo Magno è
incoronato dal papa come imperatore del Sacro Romano Impero.

L'Europa nell'anno 843 quando, alla morte di Carlo Magno,
 con il trattato di Verdun, viene  diviso il Sacro Romano Impero
fra Lotario, Carlo il Calvo e Ludovico il Tedesco.



Le Marche nord-occidentali del Regno d'Italia,
parte del Sacro Romano impero carolingio.

L'Italia intorno all'anno 1000, quando il regno d'Italia
del nord-centro era appannaggio del Sacro Romano Impero
 carolingio e i vari territori si distinguevano in Marca (dalla
parola germanica "marka", che significa "terra di confine")
 d'Ivrea, arduinica (di Torino), obertenga, aleramica, di Verona,
di Tuscia, Fermana e Ducato (nome derivato dai Longobardi) di
Spoleto. Lo stato della Chiesa (Patrimonio di San Pietro) governato
dal Papa sotto la protezione dei re franchi; Principato di Benevento
governato da Longobardi, Principato di Capua governato da Longobardi
e da Normanni, Contea (nome dal "comes" romano) di Ariano e di
 Aversa governate da Normanni, Principato di Salerno, Principato di
 Taranto (gov. Normanni), Contea di Puglia e Ducato di Puglia e Calabria
anche loro dei Normanni. Emirato dei Kalbiti, islamici Sciiti, in Sicilia.
I territori soggetti all'impero Romano d'Oriente (Bizantino) erano:
Ducato di Pentapoli (Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia, Ancona la Marittima
 e Gubbio, Cagli, Urbino, Fossombrone e Jesi l'Annonaria), i Ducati di
Venezia, di Gaeta, di Napoli, d'Amalfi, di Sorrento; in Sardegna i Giudicati
di Arborea, Cagliari, Gallura e Torres. La Corsica era contesa tra Pisani e
Genovesi, con diverse signorie locali e una forte influenza delle
 istituzioni ecclesiastiche. 

Stemma della Marina Militare Italiana
con le 4 bandiere delle antiche Repubbliche
Marinare di Venezia, Genova, Amalfi e Pisa.
 Altre Repubbliche Marinare erano state Ancona,
Gaeta e Ragusa di Dalmazia (Dubrovnik).

L'Italia nel 1250, divisa fra: gli Hohenstaufen del Sacro
Romano impero fin da Federico Barbarossa (non sono
indicati i vari Comuni indipendenti), gli stati della
Chiesa romana, i possedimenti della Repubblica di Venezia,
affrancatasi dall'Impero Romano d'Oriente con la crociata
dei Latini nel 1204, lo stato della Chiesa romana e al sud,
in verde l'eredità normanna di Federico II che discendeva,
dal lato paterno dagli Hohenstaufen e, dal lato materno, dalla
famiglia siculo-normanna degli Altavilla, conquistatori di
Sicilia e fondatori del Regno di Sicilia.

Cartina dell'Italia settentrionale e centrale intorno al 1350.
Dopo l'anno 1000, a differenza delle altre regioni europee e del 
sud d'Italia, in cui nacquero le monarchie, nell'Italia centro-settentrionale
si assiste alla nascita di città governate da poteri locali, autonome dall'impero,
in cui artigiani e commercianti costituivano un tessuto sociale con grandi
prospettive politiche, sociali e culturali, i "Comuni". La nascita dei comuni
permise lo sviluppo di realtà commerciali divise in corporazioni, anche nel
territorio (ad es. la via dei lanaioli a Firenze o degli orefici a Bologna)
a seconda delle mansioni. Queste associazioni furono alla base del concetto di
Universitas, che in quei tempi cominciò a significare anche la libera associazione 
di studenti e docenti, la prima delle quali fu quella di Bologna (1158). 
Lo sviluppo dei comuni portò però ad un'ulteriore evoluzione: 
chi governava i comuni era, infatti, un podestà o capitano del popolo, 
che, inizialmente, doveva provenire da altri comuni; poi tale carica 
fu resa ereditaria dai capitani più ambiziosi. Si crearono così concentrazioni 
di potere nelle mani di poche famiglie, generando quindi vere 
e proprie signorie. Anche l'ordinamento territoriale fu modificato, 
col tempo i comuni che riuscirono ad accumulare una solida 
base economica e strategica, ampliarono i loro confini trasformandosi 
in dominazioni regionali. Questo processo culminò con la pace di 
Lodi del 1454, dopo un lungo periodo di instabilità e conflitti tra i vari stati
regionali italiani, in particolare tra Venezia e Milano, che cercavano di affermare
la propria egemonia. La caduta di Costantinopoli in mano ottomana nel 1453
e la conseguente preoccupazione per la sicurezza dell'intera penisola,
accelerarono le trattative di pace.

Cartina dell'Italia nel Rinascimento, nel 1559, divisa fra vari poteri.

Il nord Italia prima della Campagna d'Italia di Napoleone, che dal
ponente ligure, abbatté vecchi potentati a cui sostituì repubbliche
a cittadinanza paritaria fra ceti, ispirate alla Francia della Rivoluzione,
 dove si installarono vari "Alberi della libertà" nei centri storici e
 costituzioni fondate sui "Diritti dell'Uomo e del Cittadino".

Dall'ottobre del 1796, Napoleone stimola la fondazione della
Repubblica Cispadana, i cui confini sono in verde nella carta,
che inizialmente comprendente i 4 territori di Reggio Emilia,
Modena, Bologna e Ferrara, a cui in seguito si aggiungeranno
Garfagnana, Massa, Carrara e infine la Romagna. Nel gennaio
del 1797, similmente alla Francia nella repubblica è introdotto
un Codice Civile che stabilisce l'uguaglianza di tutti i cittadini
di fronte alla legge e garantisce la libertà individuale, pur
riconoscendo il dominio della religione cattolica sulle altre.

Stemma della Repubblica
 Cispadana con turcasso
 (contenitore) a 4 frecce ad
indicare i 4 territori fondatori:
Reggio Emilia, Modena,
Bologna, Ferrara.
Bandiera della Repubblica
Cispadana. Il primo tricolore
appare sul territorio italico
 il 21 agosto 1789 a Genova,
dove si vedono manifestanti
con appuntata sui vestiti
una coccarda tricolore.















I colori della bandiera della Repubblica Cispadana, divenuta poi la bandiera nazionale Italiana, furono sanciti a Reggio Emilia il 7 gennaio 1797 nel secondo Congresso dei deputati della Repubblica Cispadana, rappresentanti dei territori di Reggio Emilia, Modena, Bologna e Ferrara, su proposta del lughese Giuseppe Compagnoni, deputato eletto per il territorio di Ferrara. Si decretò: "che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di tre colori Verde, Bianco e Rosso, e che questi tre colori si usino anche nella coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti".

Costituzione della
Repubblica Cispadana

Costituzione della
Repubblica Cispadana

Costituzione della
Repubblica Cispadana.


Il 29 giugno 1797, dalla fusione fra Repubblica Cispadana
 e Repubblica Transpadana, nasce la Repubblica Cisalpina,
segnalata in verde, che comprendeva anche i territori
dell'ex Ducato di Milano.

L'Italia del Nord e Centrale nel 1803: in verde sono
  segnalati i territori della Repubblica Cisalpina, ora denominata
 Repubblica Italiana. Diventerà poi Regno d'Italia nel 1805, in
qualità di regno Napoleonico, cliente della Francia,
fino al 25 maggio 1814.

L'Italia dal 1815 al 1919, da divisa fra vari
  poteri, finalmente unita, grazie alle lotte risorgimentali
  e alle Guerre d'Indipendenza. Sono segnalate alcune
   battaglie.

Il Regno d'Italia e le sue colonie in Africa
  fino al 1941.

L'Italia fisica nel 1960.

L'Italia Repubblicana suddivisa in Regioni, previste
dalla Costituzione del 1948 ma costituite solo con la
 legge 16 maggio 1970, n. 281 e dal relativo regolamento
 di attuazione, il D.P.R. 15 gennaio 1972, n. 8, che ne
decretarono l'istituzione vera e propria come enti territoriali. 

Lingue e dialetti d'Italia.

Lingue e dialetti di derivazione romanza (neo-latina) parlati in
Italia, Francia, Belgio, parte della Svizzera, Spagna e Portogallo.
Mancano i linguaggi romanzi balcanici
(di Romania, Moldova, ecc. ecc.).



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